Fermo&Mosso/Spazi corpi tempi

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Asia minore
66 ritratti fotografici di Ebru Ceylan
videoproiezione a cura di Stella Lombardo e Cristina Piccardo
presentazione di Ferruccio Giromini 
Musei di Nervi, Raccolte Frugone, Villa Grimaldi Fassio, Via Capolungo 9, Genova Nervi 
9 Maggio/14 Giugno 2009   

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TRA QUI E LÌ

Lo facciamo tutti i giorni, fin da neonati: guardare facce. Che ci parlano, più o meno apertamente, di chi le indossa. È un esercizio costante e sempre interessante, a volte non privo di soddisfazioni. Anche per questo motivo l’arte del ritratto è tanto diffusa, ovunque su questo pianeta e in qualunque epoca. Ogni volto umano è testimonianza di un passato, di una intera vita fino a quel momento. È più di una storia: è un concentrato di storie vissute e un presagio di venture ancora da vivere. Meglio di un libro, se vogliamo – questo, che si sfoglia tutto nella nostra testa di guardanti.

Quel libro immaginario si spalanca prima nella testa dell’artista che nella nostra. Il ritrattista, quando non si trovi a lavorare su precisa commissione, sceglie a proprio gusto, seguendo ragioni tutte sue, le sembianze da riprodurre e da proporre alla visione altrui. Così facevano soprattutto i pittori ieri; oggi soprattutto fanno così i fotografi. Quelli chiedevano ai soggetti prescelti di restare in posa a lungo, in sedute che potevano anche risultare spossanti, per gli uni e per gli altri, e che sovente inducevano a risultati poco spontanei. Questi invece se la cavano spesso chiedendo in prestito solo pochi attimi ai personaggi cui vogliono “rubare l’anima” (come hanno sempre paventato tutti coloro che con la macchina fotografica non avevano dimestichezza), e tutto avviene in modi più indolori e meno filtrati da atteggiamenti innaturali.

Il rischio, ora, è che in tanto accresciuta facilità di esecuzione, nella tale maggiore quantità di risultati ottenibili, la qualità degli stessi possa afflosciarsi su medie più basse, di routine. Ciò accade spesso, non è difficile da constatare. Ma grazie al cielo resistono delle eccezioni.

È il caso dei ritratti della fotografa turca Ebru Ceylan, il cui sguardo si mostra grandemente sensibile in questo senso. Nata ad Ankara nel 1976, ha cominciato a fotografare molto giovane, nel 1992, cominciando subito ad esporre e a segnalarsi con riconoscimenti vari. A Istanbul ha studiato cinema e televisione presso le due Università Marmara e Mimar Sinan, firmando nel 1998 il suo primo cortometraggio Kiyida, subito selezionato al Festival di Cannes (ne seguiranno altri due: Çukurda nel 2000 e Mamak hikayesi nel 2001). Poi, per un paio di lungometraggi firmati dal marito, il noto regista Nuri Bilge Ceylan – Uzak (“Distante”, 2002) e Iklimler (Il piacere e l’amore, 2006) – si cimenta come art director e anche come attrice protagonista. Infine per l’ultima premiata opera di suo marito, 3 maymun (Le 3 scimmie, 2008) è autrice del soggetto e cosceneggiatrice, oltre che art director. La sua carriera nel cinema e nella fotografia prosegue in continua ascesa.

Da questi puri dati risulta evidente la vocazione sostanzialmente narrativa, in aggiunta a quella formativa estetica, di Ebru Ceylan. Lo testimoniano anche le sue immagini fotografiche, scattate in giro per l’Anatolia nel corso degli ultimi anni. Sono ritratti, sì, ma non a caso sono ritratti “ambientati”. Se, difatti, al centro di ognuna di queste rappresentazioni restano le figure umane, anzi gli individui nelle loro rispettive e imprescindibili individualità, tuttavia lo spazio che ospita tali figure mai è estraneo a loro, e piuttosto ne diviene una sorta di prolungamento (o sono le figure ad essere un prolungamento di quegli spazi?). Così in queste immagini la presenza della “terra”, intesa in tutte le sue possibili accezioni di significato, è incontrovertibile e assertiva, molto potente.

Una cultura eminentemente rurale, dunque, permea l’antropologico reportage in progress di Ebru Ceylan sulle fisionomie anatoliche. Si trovano cavalli, lungo quelle strade sterrate vuote d’automobili. E altre pacifiche bestie pascolanti: mucche, greggi di pecore. La pastorizia ci rimanda d’acchito al sentimento del nomadismo, della vita en plein air e on the road – dove queste locuzioni non designano però meri rimandi pittorici o letterari ma bensì connotazioni esistenziali quotidiane. E noi ne subiamo con sconcerto una sorta d’inesplicabile fascino; forse perché è da lì che veniamo più o meno tutti, andando a scavare nelle eliche nascoste del nostro dna.

Tra le facce segnate da vento e sole e le arse e sgombre piane terrose si manifesta così un legame antico e non eludibile. E se questo appare più evidente sui volti dei vecchi, arati dalle difficoltà e irrigati da stagioni e stagioni di piogge, altrettanto, con qualche iniziale sorpresa, è leggibile sulle guance ancora tenere dei bambini, nella loro serietà già adulta, nelle loro piccole schiene già segnate dalla fatica, nei loro grandi occhi strabici, nelle promesse di dolori a venire. Bimbetti, fanciulle, ragazzini, giovinette, giovanotti: nel guardarli, tornano in mente definizioni che qui non si usano più ma lì sembrano adatte a perfezione. Fa bene la fotografa a guardare soprattutto a loro, sparpagliati in cerca di affetti sotto quelle nuvole che si addensano; e dall’altro lato ai corpi stanchi degli anziani, malati di troppe sgobbate ma che vorrebbero sorridere, gli uomini sotto i loro baffoni e le donne al riparo dei loro fazzolettoni. I giovani ristanno, in attesa di qualcosa che non conoscono. E gli uomini validi perlopiù latitano, chissà dove.

Davanti alla fisionomia di un mondo, al ritratto collettivo di una certa umanità, ci si chiede dunque: ci sono lontani o vicini, i turchi? Siamo stati abituati a considerare la città Istanbul come la porta dell’Oriente per antonomasia; ma adesso ci rendiamo conto che tutta la grande penisola anatolica rappresenta un ponte tra il Mediterraneo europeo e il continente asiatico. Asia Minore, si diceva una volta. Ma è un ponte anche con il nostro passato, più o meno recente, quando anche qui come lì la responsabilità dell’esistenza si sperimentava ogni giorno nella polvere e nei campi, tra una sudata e un tuffo, un sorriso e una diffidenza, un interrogativo e un brivido, una breve chiacchiera e un lungo silenzio. Anche noi, come Ebru Ceylan, guardiamo queste persone da vicino, molto da vicino.

 

Ferruccio Giromini